Il Messaggio intervista...
p. Egidio Monzani
Ofmconv della Milizia dell'Immacolata
P. Egidio, avete da poco concluso
a Loreto il vostro 3° convegno nazionale.
Anzitutto, qual è la caratteristica
della presenza del vostro movimento
nella Chiesa e nel mondo?
Più che alla nostra presenza bisognerebbe
pensare alla presenza e all’eredità
lasciata da san Massimiliano
Kolbe, di cui ci sentiamo poveri
esecutori. Purtroppo di padre Kolbe
si conosce solo il suo sublime atto
finale e non la vita che l’ha preceduto.
Una vita tutta votata alla diffusione
della conoscenza della Vergine
Immacolata e quindi all’amore verso
di lei attraverso la consacrazione.
Kolbe è stato un grande apostolo
attraverso i mass media, un innamorato
di Maria. Con la Milizia dell’Immacolata,
da lui fondata a Roma
nel 1917 per arginare la tracotanza
della massoneria, voleva “conquistare”
tutto il mondo all’Immacolata
attraverso l’amore. “Solo l’amore
crea”, aveva scritto ed era solito dire.
Giovanni Paolo II l’ha definito “patrono
del nostro difficile secolo”,
ma ancora non si è scoperta
la sua santità e soprattutto la
sua eredità mariana.
Perché quest’anno avete
scelto Loreto e qual è stata
l’accoglienza ricevuta?
Loreto è la “Casa di Maria”.
Il fascino della nostra casa lo
conosciamo tutti, perché ci siamo
nati, siamo cresciuti, abbiamo
sperimentato il calore dell’amore
e della premura dei genitori.
A casa si torna sempre volentieri,
anche da adulti, per ritrovare lo
stesso clima della fanciullezza, per
respirare gli stessi odori, per rivivere
emozioni. Così è la “Casa di Maria”.
Ci siamo sentiti accolti, amati, avvolti
dai suoi stessi sentimenti. Vedere
quelle pietre e pensare che hanno vigilato
sulla giovane Maria di Nazaret,
l’hanno vista pregare, lavorare,
vivere il mistero di Dio nella semplicità
e nella povertà ed ora guardano
noi… beh, vengono i brividi, vertigine
di fede. Quelle pietre parlano come
se parlasse la Madre. E noi avevamo
bisogno di sentirla, di viverla,
non ci bastava più pensarla. Più che
accolti, ci siamo sentiti a casa. E questo
grazie a chi ha aperto non solo le
porte, ma anche le braccia.
Quale compito è emerso dalle giornate
lauretane per il vostro movimento?
Avevamo bisogno di incontrarci
per rinnovare e ravvivare il nostro
impegno di consacrati all’Immacolata.
Per padre Kolbe la consacrazione
non è semplice abbandono alla
protezione della Vergine, ma impegno
missionario. Per lui consacrarsi
voleva dire mettersi nelle mani dell’Immacolata,
totalmente, perché ella
possa disporre di noi. La nostra
vita è un campo aperto alla missionarietà;
la situazione delicata e problematica
che stiamo vivendo a tutti
i livelli e che compromette seriamente
la nostra stessa condizione
umana, richiama l’azione della massoneria
al tempo di Kolbe. Avevamo
bisogno di ritrovare la gioia di stare
insieme e sentire sensibilmente la
presenza degli altri per uscire dalla
sensazione di solitudine in cui siamo
avvolti ed esposti. Ci siamo sentiti
famiglia, figli della stessa Madre,
ed ognuno di noi è tornato alla propria
casa sostenuto e incoraggiato a
perseguire quella chiamata che lo
Spirito ha offerto attraverso la testimonianza
e la santità di san Massimiliano
Kolbe.