Il Messaggio della Santa Casa -> Dicembre 2009 
Il Messaggio della Santa Casa


Il "libro" della Santa Casa per imparare a donare il perdono di Dio
f. Stefano Vita, ffb 


L’Incarnazione: la “corsa” di Dio verso l’uomo

Il Curato d’Ars, riflettendo sulla misericordia divina, scrisse: “Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore e lo fa tornare a Lui. […] Questo buon salvatore è così colmo d’amore che ci cerca dappertutto”(1). Queste parole trovano un’eloquente conferma nella Santa Casa. Le tre pareti della Casa di Maria, custodite nel santuario lauretano, sono state testimoni del desiderio di Dio di andare incontro all’uomo, di “corrergli” incontro, come fece il padre verso il figliol prodigo: “Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Lc 15,20b). Nella Santa Casa, infatti, si è realizzato l’evento dell’Incarnazione: Dio si è fatto uomo, si è fatto uno di noi, in tutto uguale a noi fuorché nel peccato. Questa scelta di Dio di andare incontro all’uomo è il segno della sua eterna misericordia. Dio non poteva spingersi oltre. Più di questo non poteva fare. Non poteva creare una comunione maggiore, più intima di quella di farsi uno di noi, di assumere la nostra stessa umanità fuorché la ferita del peccato. L’Incarnazione dunque è stata la “grande corsa” di Dio verso l’uomo per donargli il suo perdono, per raggiungerlo in ogni angolo della terra e comunicargli la “grande notizia”: io ti amo! Io ti perdono! Una “corsa” che continua ogni giorno attraverso la sua Chiesa e quindi attraverso i sacramenti, in particolare l’eucaristia e la riconciliazione. Le pareti della Santa Casa sono allora come un libro in cui sono impresse idealmente le parole del desiderio di Dio di vivere una totale solidarietà con l’uomo, di farsi prossimo a lui per donargli il balsamo del suo amore misericordioso che sana, libera, rinnova, dona la libertà di una nuova vita, come è avvenuto per il figliol prodigo. Le pietre della Santa Casa sono altresì testimoni oculari della gioia di Dio nel sentire pronunciare dalla fanciulla di Nazaret quelle stupende parole: “Eccomi, sono l’ancella del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). Queste parole sono state la chiave con la quale Maria ha aperto le porte della storia umana all’Incarnazione di Dio e così Dio ha potuto “correre” incontro all’uomo e fare festa con lui, come fece il padre misericordioso della parabola nell’incontrare il figlio che si era perduto in quel paese lontano: “Il padre disse ai servi: Presto […] Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a fare festa” (Lc 15,22a-23). L’Incarnazione è questa festa con la quale Dio si dona totalmente all’uomo, donandogli la vera vita e quindi la sua vera dignità. Con il suo essere uomo, infatti, noi tutti apparteniamo a Gesù e lui a noi.

Il sacerdote, uomo della misericordia

Il sacerdote, sull’esempio del santo Curato d’Ars, è chiamato a far “vedere” – quindi sperimentare – ai fedeli che Dio “corre” dietro al peccatore, affinché torni a lui, che Dio lo cerca sempre e dovunque pur di donargli il suo amore misericordioso che lo salva, che lo fa sentire amato, importante, anzi preziosissimo a tal punto che Dio stesso “ha dato il Figlio suo unigenito affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Il sacerdote allora è chiamato ad essere l’uomo della misericordia, consapevole che Dio gli ha lasciato il testimone della “grande corsa” verso l’uomo, affinché lui prosegua in nome e per suo mandato ogni giorno questo cammino; e lo compia con un cuore aperto e accogliente, come lo è stato il cuore di Maria, come lo è il cuore di Dio. Questo è stato l’atteggiamento del Curato d’Ars. Quando un penitente si accostava al suo confessionale, trovava in lui l’incoraggiamento ad immergersi nel “torrente della divina misericordia” che trascina via tutto nel suo impeto. E se qualcuno era afflitto al pensiero della propria debolezza e incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivelava il segreto di Dio con un’espressione di toccante bellezza: “Il buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l’amore del nostro Dio che si spinge fino a dimenticare volontariamente l’avvenire, pur di perdonarci!”(2). Il santo Curato ci insegna che il sacerdote è chiamato ad essere quel canale nel quale scorre e corre il “torrente della divina misericordia”. Questa è la principale missione del sacerdote. Questo è ciò che l’uomo chiede al sacerdote: far vedere il volto misericordioso di Dio. Questa è la grande notizia che può rivoluzionare il mondo: Dio è Amore misericordioso!

Concludo con le parole di Benedetto XVI tratte dalla citata lettera d’indizione dell’Anno Sacerdotale: “Tutti noi sacerdoti dovremmo sentire che ci riguardano personalmente quelle parole che egli [il Curato d’Ars] metteva in bocca a Cristo: “Incaricherò i miei ministri di annunciare ai peccatori che sono sempre pronto a riceverli, che la mia misericordia è infinita”(3).