L’Incarnazione: la “corsa” di Dio verso l’uomo
Il Curato d’Ars, riflettendo sulla misericordia divina, scrisse: “Non è il peccatore
che ritorna a Dio per domandargli perdono, ma è Dio stesso che corre
dietro al peccatore e lo fa tornare a Lui. […] Questo buon salvatore è così
colmo d’amore che ci cerca dappertutto”(1).
Queste parole trovano un’eloquente conferma nella Santa
Casa. Le tre pareti della Casa di Maria, custodite nel santuario
lauretano, sono state testimoni del desiderio di Dio di
andare incontro all’uomo, di “corrergli” incontro, come
fece il padre verso il figliol prodigo: “Quando era ancora
lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si
gettò al collo e lo baciò” (Lc 15,20b). Nella Santa Casa,
infatti, si è realizzato l’evento dell’Incarnazione:
Dio si è fatto uomo, si è fatto uno di noi, in tutto
uguale a noi fuorché nel peccato. Questa scelta di
Dio di andare incontro all’uomo è il segno della
sua eterna misericordia. Dio non poteva spingersi
oltre. Più di questo non poteva fare. Non poteva
creare una comunione maggiore, più intima
di quella di farsi uno di noi, di assumere la
nostra stessa umanità fuorché la ferita del peccato.
L’Incarnazione dunque è stata la “grande
corsa” di Dio verso l’uomo per donargli il suo
perdono, per raggiungerlo in ogni angolo della
terra e comunicargli la “grande notizia”: io ti
amo! Io ti perdono! Una “corsa” che continua
ogni giorno attraverso la sua Chiesa e quindi
attraverso i sacramenti, in particolare l’eucaristia
e la riconciliazione. Le pareti della Santa Casa
sono allora come un libro in cui sono impresse
idealmente le parole del desiderio di Dio di
vivere una totale solidarietà con l’uomo, di farsi
prossimo a lui per donargli il balsamo del suo
amore misericordioso che sana, libera, rinnova,
dona la libertà di una nuova vita, come è avvenuto
per il figliol prodigo. Le pietre della Santa
Casa sono altresì testimoni oculari
della gioia di Dio nel sentire
pronunciare dalla fanciulla di Nazaret
quelle stupende parole: “Eccomi,
sono l’ancella del Signore, avvenga
di me quello che hai detto” (Lc
1,38). Queste parole sono state la
chiave con la quale Maria ha aperto
le porte della storia umana all’Incarnazione
di Dio e così Dio ha
potuto “correre” incontro all’uomo
e fare festa con lui, come fece
il padre misericordioso della parabola
nell’incontrare il figlio che
si era perduto in quel paese lontano:
“Il padre disse ai servi: Presto
[…] Portate il vitello grasso, ammazzatelo,
mangiamo e facciamo festa
perché questo mio figlio era morto ed
è tornato in vita, era perduto ed è
stato ritrovato. E cominciarono a fare
festa” (Lc 15,22a-23). L’Incarnazione è questa festa con la
quale Dio si dona totalmente all’uomo, donandogli la
vera vita e quindi la sua vera dignità. Con il suo essere
uomo, infatti, noi tutti apparteniamo a Gesù e lui a noi.
Il sacerdote, uomo della misericordia
Il sacerdote, sull’esempio del santo Curato d’Ars, è
chiamato a far “vedere” – quindi sperimentare – ai fedeli
che Dio “corre” dietro al peccatore, affinché torni a lui,
che Dio lo cerca sempre e dovunque pur di donargli il suo
amore misericordioso che lo salva, che lo fa sentire amato,
importante, anzi preziosissimo a tal punto che Dio stesso
“ha dato il Figlio suo unigenito affinché chiunque crede in lui
non perisca, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Il sacerdote
allora è chiamato ad essere l’uomo della misericordia,
consapevole che Dio gli ha lasciato il testimone della
“grande corsa” verso l’uomo, affinché lui prosegua in nome
e per suo mandato ogni giorno questo cammino; e lo
compia con un cuore
aperto e accogliente,
come lo è stato il cuore di Maria,
come lo è il cuore di Dio. Questo è
stato l’atteggiamento del Curato
d’Ars. Quando un penitente si accostava
al suo confessionale, trovava
in lui l’incoraggiamento ad
immergersi nel “torrente della divina
misericordia” che trascina via
tutto nel suo impeto. E se qualcuno
era afflitto al pensiero della
propria debolezza e incostanza, timoroso
di future ricadute, il Curato
gli rivelava il segreto di Dio
con un’espressione di toccante
bellezza: “Il buon Dio sa tutto. Prima
ancora che voi vi confessiate, sa
già che peccherete ancora e tuttavia vi
perdona. Come è grande l’amore del
nostro Dio che si spinge fino a dimenticare
volontariamente l’avvenire, pur
di perdonarci!”(2). Il santo Curato ci
insegna che il sacerdote è chiamato ad essere quel canale
nel quale scorre e corre il “torrente della divina misericordia”.
Questa è la principale missione del sacerdote. Questo
è ciò che l’uomo chiede al sacerdote: far vedere il volto
misericordioso di Dio. Questa è la grande notizia che può
rivoluzionare il mondo: Dio è Amore misericordioso!
Concludo con le parole di Benedetto XVI tratte dalla citata
lettera d’indizione dell’Anno Sacerdotale: “Tutti noi sacerdoti
dovremmo sentire che ci riguardano personalmente quelle
parole che egli [il Curato d’Ars] metteva in bocca a Cristo:
“Incaricherò i miei ministri di annunciare ai peccatori che sono
sempre pronto a riceverli, che la mia misericordia è infinita”(3).